Dialoghi Impossibili · № 4

Agostino × Sartre

Il passato esiste ancora? Un vescovo africano che cercava Dio nel tempo interiore e un filosofo parigino che ha fatto della libertà una condanna, in una stanza senza orologio.

Tema · Il tempo interiore◆ Filosofia medievale × Filosofia contemporanea◆ 9 min di lettura

Agostino scrive il libro XI delle Confessioni verso il 400, e il tempo diventa per la prima volta un problema filosofico radicale: «Che cos'è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so». Sartre scrive L'essere e il nulla nel 1943, e il tempo diventa la struttura stessa della libertà: il passato è ciò che sono senza poterlo essere, il futuro è il progetto che mi getta fuori di me. Li immaginiamo in una stanza senza orologio, dove il tempo non scorre ma si pensa.

Una stanza con una finestra, un tavolo, due sedie. Sopra il tavolo c'è un orologio fermo. Agostino ha una penna in mano e un foglio davanti; Sartre fuma e guarda fuori. Nessuno dei due ha fretta, perché nella stanza non c'è fretta. Solo il fumo che sale, lentamente, come se anche lui avesse tempo.
AgostinoAurelius
Ti farò una domanda che mi tormenta da anni. Che cos'è il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so. Se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so. Eppure ne parliamo tutti, come se fosse la cosa più ovvia del mondo. Tu che cosa ne pensi?
SartreJean-Paul
Penso che il tempo non sia un problema teorico. È la struttura della nostra libertà. Noi non siamo nel tempo come una cosa in un contenitore: siamo tempo. Il nostro essere è un continuo oltrepassamento verso il futuro, e il passato è ciò che siamo senza poterlo più essere.
Agostino
Anche io credo che il tempo non sia fuori di noi. Il passato non esiste più, il futuro non esiste ancora, e il presente è un punto che non ha spessore. E allora dove sono le cose passate? Dove sono le cose future? Non in un luogo: nella memoria le prime, nell'attesa le seconde. Il tempo è una distensione dell'anima.
Sartre
Sono d'accordo sul punto di partenza: il tempo non è una cosa. Ma tu lo fai dipendere da Dio, io dalla libertà. Tu dici: l'anima si distende nel tempo perché è creata da un Dio che sta fuori dal tempo. Io dico: l'uomo si temporalizza perché è gettato nel mondo senza fondamento, e il suo tempo è l'espressione di questa gettatezza.
Agostino
E senza Dio, che cosa resta del tempo? Se non c'è un eterno presente che lo fonda, il tempo è solo un fluire senza perché. Un fiume che scorre verso il nulla. Non ti spaventa?
Sartre
Mi spaventa, sì. Ma non per questo invento un Dio. L'angoscia è la vertigine della libertà: so che nulla, fuori di me, dà senso al mio tempo. Eppure devo scegliere, ogni giorno, che cosa farne. Il tempo non ha un fondamento: ha solo la mia responsabilità.
· · ·
Agostino
Ma il passato pesa. Non è solo memoria: è storia. Io sono ciò che sono stato. Le mie colpe, i miei errori, le cose che ho fatto e non posso disfare: tutto questo mi costituisce. Tu dici che il passato è ciò che sono senza poterlo essere. E allora come posso liberarmene?
Sartre
Non puoi liberartene, ma puoi assumerlo. Il passato non ti determina: ti condiziona. La differenza è enorme. Chi dice «sono fatto così» è in cattiva fede: sta usando il passato come scusa per non scegliere. Chi dice «sono stato così, ma ora scelgo altrimenti» è libero. Il passato è zavorra, non catena.
Agostino
La zavorra, però, si porta dietro. Io ho cercato Dio per tutta la vita, e ho scoperto che la grazia non cancella il passato: lo trasfigura. Non lo dimentico, lo abito diversamente. La memoria non è una prigione: è il luogo in cui Dio mi incontra. Senza memoria, non ci sarebbe conversione, perché non ci sarebbe nulla da cui convertirsi.
Sartre
Ecco la differenza tra noi. Tu hai bisogno di un Altro che raccolga il tuo passato e gli dia senso. Io penso che quel senso non esista, e che sia proprio questa assenza a renderci liberi. La conversione di cui parli è una grazia: qualcosa che viene da fuori. La mia libertà è senza grazia: sono io, solo io, a dover dare un senso a ciò che sono stato.
· · ·
Agostino
E allora perché scrivi? Se il senso non esiste, perché passi la vita a cercarlo nelle parole? La scrittura è già una forma di preghiera, anche quando nega la preghiera.
Sartre
Scrivo perché la libertà, per essere tale, deve manifestarsi. Non scrivo per trovare un senso: scrivo per assumere fino in fondo l'assenza di senso. La letteratura è una delle forme in cui l'uomo si fa carico della propria condizione. Non è preghiera: è testimonianza.
Agostino
Testimonianza di che cosa?
Sartre
Della nostra solitudine. Della nostra libertà. Del fatto che nessuno, fuori di noi, verrà a salvarci. È una testimonianza dura, lo so. Ma è l'unica onesta.
Agostino
E io ti dico che la solitudine non è l'ultima parola. Il cuore è inquieto finché non riposa in qualcosa che lo supera. Tu chiami questa inquietudine angoscia; io la chiamo desiderio. È la stessa esperienza, ma letta in due direzioni opposte: verso il nulla o verso l'infinito.
Sartre
Sì. E forse è proprio questa la differenza fondamentale tra noi. Tu hai un verso dove. Io no. Tu puoi dire «il mio cuore è inquieto finché non riposa in te». Io posso solo dire: il mio cuore è inquieto, e non c'è riposo. Ma l'inquietudine è la stessa. È il tempo che ci abita.
Agostino
Allora forse non siamo poi così lontani. Entrambi pensiamo che il tempo non sia una cosa, ma una condizione dell'anima. Entrambi pensiamo che il passato non sia semplicemente trascorso, ma presente in qualche forma. Entrambi pensiamo che il futuro ci getti fuori di noi. La differenza è solo nel punto di arrivo: tu finisci nel nulla, io nell'eternità.
Sartre
Forse. Ma il punto di arrivo conta. Perché se il tempo finisce nel nulla, allora ogni istante è prezioso in modo assoluto: non c'è risarcimento, non c'è eternità che compensi. Se invece il tempo finisce in Dio, allora ogni istante è relativo a qualcosa che lo supera. Sono due modi opposti di vivere lo stesso presente.
Agostino
E quale dei due rende il presente più intenso?
Sartre
Il mio, credo. Perché se non c'è eternità, ogni istante è unico e irripetibile. Se c'è eternità, ogni istante è già salvato, già raccolto, già perdonato. Il mio presente è più drammatico. Il tuo è più sereno. Non so quale sia migliore: so che sono due esperienze diverse del tempo.
Agostino
Forse. Ma io ho conosciuto il dramma, e ho scelto la serenità. Non per fuggire, ma perché il dramma, da solo, non basta a vivere. A un certo punto bisogna scegliere che cosa fare del proprio tempo: consumarlo o abitarlo. Io ho scelto di abitarlo, cercando ciò che lo rende abitabile.
Sartre
E io ho scelto di consumarlo, sapendo che non c'è altro. Non è più nobile, è solo più onesto — almeno secondo me. Ma forse entrambi abbiamo fatto la stessa cosa: abbiamo scelto. E la scelta è tutto ciò che abbiamo.

◆ Che cosa resta

Agostino e Sartre non hanno risolto la domanda — non potevano. Entrambi pensano il tempo come distensione dell'anima: il passato nella memoria, il futuro nell'attesa, il presente nell'attenzione. Ma Agostino fonda questa distensione in Dio, Sartre nella libertà senza fondamento. La differenza non è filosofica, è esistenziale: è la differenza tra chi crede che il tempo abbia una destinazione e chi pensa che il tempo sia solo il modo in cui la libertà si getta nel mondo.

Entrambi, però, convergono su un punto: il passato non è semplicemente trascorso. È presente in qualche forma — come memoria, come zavorra, come storia. E il presente è il punto in cui si decide che cosa fare di quel passato: trasfigurarlo o assumerlo, abitarlo o consumarlo. Il tempo, per entrambi, non è un contenitore: è una scelta.