Il fiume è lo stesso o sempre altro? Un efesino del V secolo che scrisse un libro perduto e un tedesco del Novecento che lo lesse per tutta la vita, sulla stessa riva.
Eraclito di Efeso scrisse un libro che non ci è giunto, ma di cui restano frammenti citati da altri. Heidegger tenne un corso universitario su Eraclito nel 1943–44, in piena guerra, e vi tornò per tutta la vita. Li immaginiamo sulla stessa riva di un fiume che non è un fiume, ma il fiume — quello di cui Eraclito parla e che Heidegger ha cercato di pensare senza tradurlo. Attraversano il tempo in direzioni opposte: Eraclito viene prima della metafisica, Heidegger viene dopo e la vuole decostruire. Eppure parlano dello stesso problema.
Una riva. Non si vede l'altra sponda. L'acqua scorre, ma il suono è sempre identico e sempre diverso, come se il fiume non avesse né inizio né fine. Eraclito è seduto su una pietra, scalzo. Heidegger arriva con un cappotto scuro, si ferma a qualche passo, e non osa sedersi. Guardano l'acqua.
EraclitoἩράκλειτος
Guarda l'acqua. Chi entra in questo fiume, non entra mai due volte nello stesso fiume. Le acque che lo bagnano sono sempre nuove, e lui stesso è un altro. Eppure è lo stesso fiume. Che cosa vedi, tu che vieni da lontano?
HeideggerMartin
Vedo che il fiume non è un oggetto. Se fosse un oggetto, potrei misurarlo, fotografarlo, possederlo. Ma il fiume è il movimento stesso. E il movimento, per noi, è ciò che non si lascia afferrare. Il tuo frammento non descrive il fiume: descrive il nostro rapporto con l'essere quando l'essere è physis, cioè sorgere e tramontare continuo.
Eraclito
Non parlo di un rapporto. Parlo del fiume. Il logos è comune: chi ascolta non me ma il logos, riconosce che tutte le cose sono una. Non c'è un soggetto da una parte e un oggetto dall'altra. C'è il fiume che scorre, e in esso anche noi scorriamo. Il saggio è chi vede questa unità.
Heidegger
Ecco perché ti ho letto per tutta la vita. Tu dici logos, e noi lo abbiamo tradotto per secoli con ratio, con ragione calcolante, con logica. Ma il logos originario è raccoglimento: legein, lasciar stare insieme le cose nel loro apparire. Il tuo logos non è un principio astratto: è il modo in cui l'essere si raduna e si mostra. E insieme si ritrae.
Eraclito
La natura ama nascondersi. Non dico che si mostri e basta. Dico che il suo mostrarsi è anche un nascondersi. Chi crede di vedere tutto, non ha visto nulla.
Heidegger
Questa è la parola che ci manca. Aletheia, verità, non è il contrario dell'errore: è il disvelamento che lotta contro il nascondimento. La metafisica ha dimenticato questo. Ha creduto che la verità fosse la certezza, la misura, il calcolo. Ha creduto di poter strappare l'essere fuori dal suo ritrarsi. E così ha perso l'essere.
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Eraclito
Il polemos è padre di tutte le cose, re di tutte. La guerra, non la pace, tiene insieme il mondo. Non dico che la guerra sia bella: dico che senza contesa, senza tensione, nulla esisterebbe. L'arco e la lira vivono della tensione che li tiene.
Heidegger
Il polemos che tu pensi non è la guerra degli uomini. È la contesa originaria tra essere e ente, tra il tutto e le parti, tra il manifestarsi e il ritrarsi. Noi abbiamo ridotto la contesa a conflitto politico, a scontro di forze. Abbiamo dimenticato che la contesa è la struttura stessa del reale.
Eraclito
E allora che cosa resta? Il fuoco. Il cosmo non è stato fatto né da dèi né da uomini: è fuoco sempre vivo, che si accende secondo misura e si spegne secondo misura. Il fuoco è la forma del divenire: non una sostanza, ma un processo.
Heidegger
Il fuoco che tu pensi non è una metafora, e nemmeno un elemento fisico. È la luce che accende e consuma, il modo in cui l'essere si dà e si toglie. Il tuo frammento B16 — «il sole è nuovo ogni giorno» — dice la stessa cosa: ogni giorno l'essere si accende di nuovo, ogni giorno è un inizio. Il tempo non è una linea: è un accadere che si rinnova.
Eraclito
Il tempo è un bambino che gioca, che muove i pezzi. Il regno è del bambino. Non un re, non un dio: un bambino. Il tempo non ha uno scopo, non ha una fine. Gioca. E in quel gioco si fanno e si disfano i mondi.
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Heidegger
Il frammento B52 è forse il più profondo che ci hai lasciato. Il tempo come gioco: non perché sia frivolo, ma perché non è per qualcosa. Non ha un fine esterno. È il modo in cui l'essere si dispiega senza perché. Noi che veniamo dopo abbiamo voluto dare al tempo una freccia, uno scopo, una storia. Abbiamo fatto del tempo un contenitore. Tu lo pensi come evento.
Eraclito
E allora la differenza tra noi due dov'è? Tu mi leggi come se fossi il tuo maestro. Ma io non ho maestri, e non voglio discepoli. Chi ascolta me, ascolta il logos. Non c'è nulla da tramandare: c'è solo da vedere.
Heidegger
La differenza è questa: tu sei prima dell'oblio, io sono dentro l'oblio. Tu parli quando la parola dell'essere è ancora vicina. Io parlo duemilacinquecento anni dopo, quando la metafisica ha coperto quella parola con strati di concetti. Io ti leggo per ricordare ciò che è stato dimenticato. Tu non hai bisogno di ricordare: sei l'inizio.
Eraclito
E allora il mio fiume è più semplice del tuo. Io dico: guarda l'acqua. Tu dici: l'acqua è il disvelamento dell'essere che si ritrae nella sua stessa manifestazione. Forse vediamo la stessa cosa. Ma io la dico con meno parole.
Heidegger
Sì. E forse è per questo che la filosofia, dopo di te, ha parlato troppo. Io stesso ho parlato troppo. Ma tacere, dopo di te, è difficile: bisogna prima attraversare tutto il dire per poterlo lasciare. Tu sei all'inizio: puoi tacere. Io sono alla fine: devo ancora imparare.
Eraclito
Allora restiamo qui, senza parlare. Il fiume scorre. Chi lo guarda, lo vede. Chi lo pensa, lo perde. Chi lo ascolta, lo diventa.
Heidegger
Restiamo. Ma prima voglio dirti una cosa: il tuo fiume non è mai stato lo stesso, eppure è sempre lo stesso. In questa contraddizione c'è tutta la filosofia. Chi la risolve, la perde. Chi la abita, la pensa.
◆ Che cosa resta
Eraclito pensa il divenire come logos: una struttura comune, una legge di tensione e armonia che tiene insieme gli opposti. Heidegger pensa il divenire come evento dell'essere: un accadere che si dà e si ritrae, che non ha scopo né fondamento. Entrambi rifiutano l'idea che il tempo sia un contenitore vuoto, una linea misurabile. Entrambi pensano il nascondimento come parte essenziale del manifestarsi.
La differenza non è filosofica, è storica. Eraclito parla prima dell'oblio dell'essere; Heidegger parla dopo, e cerca di ricordare. Il primo è l'inizio, il secondo è la memoria dell'inizio. Per questo il loro dialogo non è un confronto tra due dottrine: è un incontro tra due momenti della stessa storia — quello in cui la parola è ancora vicina alle cose, e quello in cui bisogna ricostruirla attraverso la critica della tradizione.