Dialoghi Impossibili · № 1

Socrate × Nietzsche

La virtù è insegnabile? Un ateniese che interrogava tutti e un tedesco che voleva oltrepassare l'uomo, faccia a faccia sullo stesso problema.

Tema · La virtù◆ Filosofia antica × Filosofia contemporanea◆ 8 min di lettura

Socrate non scrisse nulla. Nietzsche scrisse troppo, e impazzì. Entrambi, però, fecero della virtù il campo di battaglia del proprio pensiero: il primo sostenendo che la virtù è conoscenza e che quindi si può insegnare; il secondo ribattendo che la virtù è creazione, e che nessuno può insegnare a creare. Li immaginiamo incontrarsi in uno spazio che non esiste — un portico ateniese che è anche una piazza di Torino — e discutere come se il tempo fosse un dettaglio.

Un portico all'ombra, colonne di pietra chiara, e oltre le colonne una città che cambia a ogni sguardo: prima l'agorà, poi un boulevard con i lampioni accesi. I due siedono su una panca di marmo. Socrate ha la coppa in mano, ma non beve. Nietzsche tiene un libro chiuso sulle ginocchia e non lo apre.
SocrateΣωκράτης
Dimmi, straniero: tu che hai scritto tanto sulla virtù, credi che si possa insegnare? Io ho passato la vita a chiederlo, e non ho mai trovato una risposta che mi convincesse.
NietzscheFriedrich
La domanda è mal posta, ateniese. Tu parli della virtù come se fosse una. Ma le virtù sono molte, e non tutte abitano lo stesso uomo. Il guerriero ha la sua, il sacerdote la sua, lo schiavo la sua — e quest'ultima, credimi, ha avvelenato le altre.
Socrate
Forse. Ma se le virtù sono molte, che cosa le rende virtù? Non sarà forse che ciascuna è un modo di fare bene il proprio compito? E chi fa bene il proprio compito, non lo fa perché sa come farlo?
Nietzsche
Ah, ecco il tuo vecchio vizio: ridurre tutto a sapere. Tu credi che chi conosce il bene lo faccia, e che chi fa il male lo faccia per ignoranza. È una fede commovente, ma è una fede. Io ho visto uomini che sapevano benissimo che cosa fosse il bene — e sceglievano il male con lucidità, perché il male li faceva più grandi.
Socrate
Più grandi? Più grandi di che cosa? Se uno sceglie il male sapendo che è male, allora sceglie ciò che lo danneggia. Nessuno, credimi, desidera il proprio danno. Chi lo fa, si inganna su ciò che è davvero bene per lui. E l'inganno, mi dirai, non è forse ignoranza?
Nietzsche
Tu chiami inganno ciò che io chiamo creazione. L'uomo nobile non si chiede se il suo atto è conforme a un bene universale: si chiede se è suo. E se lo è, allora è bene — anche se la città, con i suoi metri da schiavo, lo chiama male. Il tuo bene universale, Socrate, è il risentimento dei deboli travestito da verità.
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Socrate
Parli come se i deboli fossero una maschera che nasconde i forti. Ma dimmi: quando un uomo forte schiaccia un debole, che cosa dimostra? Di essere più forte. Non di avere ragione. La forza non è un argomento. Tu lo sai, eppure giochi con la parola forza come se fosse una prova.
Nietzsche
Perché la forza è la prova, quando non c'è tribunale. Chi stabilisce che cosa è ragione? Tu, con la tua dialettica, hai convinto gli ateniesi che la ragione fosse il giudice supremo. Ma la dialettica, credimi, è l'arma di chi non ha la spada. Hai vinto le discussioni, Socrate, e hai perso la vita. Non ti sembra un verdetto?
Socrate
Me lo hanno già detto, in molti, prima di te. Ma io continuo a pensare che sia meglio subire l'ingiustizia che commetterla. Non perché sia più comodo — è chiaramente più scomodo — ma perché l'anima di chi la commette resta ferita, e nessuna vittoria esterna risana quella ferita.
Nietzsche
Ecco la tua morale degli schiavi, detta con parole nobili. Tu preferisci la ferita dell'anima alla ferita del corpo perché il tuo corpo è già stato sconfitto. Il tuo coraggio è la virtù di chi non può più combattere con le armi: combattere con i concetti. E poi chiamarlo bene.
Socrate
Se fosse così, sarei un uomo molto astuto. Ma non lo sono: ho bevuto la cicuta, ricordi? Se avessi voluto vincere, avrei potuto fuggire, come mi suggerivano gli amici. Non sono fuggito. E non mi pare che la mia morte sia stata una sconfitta dialettica.
Nietzsche
Infatti è stata una sconfitta reale, e per questo sei interessante. Tu hai preferito morire piuttosto che rinunciare a ciò che credevi vero. Non è forse questo un atto di creazione? Non hai forse creato il tuo valore — la fedeltà alla verità — fino a farne la tua morte? Sei più vicino a me di quanto pensi.
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Socrate
Forse. Ma se la virtù è creazione, allora chiunque può creare qualsiasi cosa e chiamarla virtù. Un tiranno crea la sua, e sarà virtù del tiranno. Non vedi che così la parola si svuota? Virtù diventa un altro nome per volontà.
Nietzsche
E non è forse così? La virtù è la forma che la volontà di potenza prende in un uomo. Non esiste una virtù in sé, come non esiste un bene in sé. Esistono uomini che si superano, e uomini che si conservano. Chiamare virtù la conservazione è stata la più grande menzogna della storia — e tu, Socrate, ne sei stato il primo apostolo.
Socrate
E tu, che vuoi oltrepassare l'uomo, non ti accorgi che stai descrivendo un uomo solo? La tua virtù è quella di chi è solo, e la solitudine non è una prova di grandezza: è una condizione. Io ho cercato la virtù con gli altri, nella piazza, nel dialogo. Tu la cerchi contro gli altri, in montagna. Chi di noi due ha più paura, secondo te?
Nietzsche
Bella domanda. Paura della piazza, forse. Ma la piazza, Socrate, è dove si nasconde la mediocrità. Io non temo gli uomini: temo di diventare come loro. Tu non temevi gli uomini: temevi di diventare come te stesso senza aver capito chi eri. Siamo due paure diverse. Nessuna delle due è una virtù.
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Socrate
Allora torniamo alla domanda di partenza, e vediamo se almeno su questo ci intendiamo. La virtù si può insegnare?
Nietzsche
No. Non si può insegnare. Si può solo mostrare, come si mostra una strada camminandoci. Chi insegna virtù agli altri, in realtà insegna obbedienza. Chi mostra virtù, invece, costringe l'altro a guardare — e a decidere se imitare o rifiutare.
Socrate
Mostrare, dici. E allora perché ho passato la vita a interrogare? Perché credevo che, dissotterrando l'ignoranza, restasse la verità. Forse mi sbagliavo. Forse, togliendo l'ignoranza, resta solo il vuoto — e ciascuno ci mette ciò che vuole.
Nietzsche
Ora cominci a parlare come un uomo libero. Sì: togliendo l'ignoranza resta il vuoto. E nel vuoto, chi ha forza crea; chi non ne ha, si aggrappa alla prima ombra che passa. La differenza tra gli uomini non è nel sapere, Socrate. È nella capacità di stare nel vuoto senza riempirlo subito.
Socrate
E chi ti dice che io non ci sia stato, nel vuoto? Ho passato trent'anni a dire di non sapere. Non era una posa: era il vuoto. E ci ho messo dentro la ricerca, non una risposta. Forse, alla fine, la virtù è proprio questo: la capacità di continuare a cercare senza pretendere di aver trovato.
Nietzsche
Allora, per una volta, siamo d'accordo. La virtù non è una cosa che si possiede: è una cosa che si fa. Tu la chiami ricerca. Io la chiamo creazione. Ma entrambi rifiutiamo l'idea che si possa avere — come si ha un oggetto, come si ha una regola, come si ha un catechismo. La virtù non è un possesso.
Socrate
E allora l'insegnamento, che cos'è?
Nietzsche
È una provocazione. Il maestro non dà la virtù: dà l'occasione di scoprire che non ce l'hai. Poi, se sei forte, ti arrangi. Se sei debole, mi dispiace: nessun maestro può darti ciò che non hai.
Socrate
Crudele, ma forse giusto. E allora insegnare filosofia è insegnare a stare nel vuoto senza spaventarsi. È quello che ho fatto, in fondo, senza saperlo chiamare così.
Nietzsche
Sì. E per questo, caro ateniese, la tua cicuta non è stata una sconfitta: è stata la tua ultima lezione. Ci hai mostrato che si può stare nel vuoto fino in fondo. Non era la lezione che volevi dare — ma è quella che hai dato.
Socrate
Forse. O forse era solo la mia ora. Bevo, e non so ancora se ho imparato qualcosa. Ma questo, credo, è il punto: non smettere di non sapere.

◆ Che cosa resta

I due non hanno risolto la domanda — non potevano. Socrate resta convinto che la virtù sia legata al conoscere, Nietzsche che sia legata al creare. Ma entrambi, nel corso del dialogo, hanno rinunciato all'idea che la virtù sia un oggetto che si possiede. La virtù, per entrambi, è una pratica: un modo di stare nel mondo, di fronte al vuoto, senza riempirlo con risposte preconfezionate.

La vera differenza, alla fine, non è tra conoscenza e creazione. È tra chi cerca con gli altri (Socrate, la piazza) e chi cerca contro gli altri (Nietzsche, la montagna). Ed è una differenza che nessuno dei due riesce a togliere dall'orizzonte. Forse perché è la differenza che rende la filosofia ancora oggi una cosa viva.