Gaio Sallustio Crispo

Il Chirurgo della Crisi Romana

«Nam divitiarum et formae gloria fluxa atque fragilis est, virtus clara aeternaque habetur.» — Sallustio, De Catilinae coniuratione, I

I. Biografia — Un homo novus nella bufera della Repubblica

Gaio Sallustio Crispo nacque ad Amiternum, in Sabina, il 1° ottobre dell'86 a.C., da una famiglia facoltosa che però non annoverava magistrati tra i suoi membri . Questa condizione di homo novus — privo di ascendenze aristocratiche — non gli impedì di intraprendere la carriera politica, ma ne segnò profondamente la prospettiva: Sallustio guardò sempre alla nobilitas romana con l'occhio critico di chi ne conosceva l'arroganza e la degenerazione .

Dopo gli studi a Roma, militò nel partito dei populares e nel 52 a.C. divenne tribuno della plebe . Due anni dopo, i censori lo espulsero dal senato per immoralità — una misura che, secondo alcuni studiosi, intendeva colpire indirettamente Cesare, del quale Sallustio era ormai sostenitore . Fu proprio Cesare a riammetterlo in senato nel 48 a.C., dopo la vittoria sui pompeiani, e l'anno successivo Sallustio ricoprì la pretura .

Nominato governatore dell'Africa Nova — la provincia appena istituita sui territori confiscati al re Giuba — fu accusato di malgoverno al suo ritorno a Roma. Ne uscì assolto, forse ancora per intervento di Cesare, ma non è inverosimile che avesse accumulato una fortuna cospicua, come era prassi per i governatori romani: di certo acquistò il grande parco noto come Horti Sallustiani .

Dopo le Idi di marzo del 44 a.C., con la morte del suo referente politico, Sallustio si ritirò definitivamente dalla vita pubblica e si dedicò alla storiografia . Morì probabilmente nel 35 a.C. La sua vita fu, come scrisse Mario Lentano, «torbida come i tempi nei quali si trovò a vivere», e alternò «rapide ascese a repentine cadute» .

86 a.C. Nasce ad Amiternum, in Sabina.
52 a.C. Tribuno della plebe.
50 a.C. Espulso dal senato per immoralità.
48 a.C. Riammesso in senato grazie a Cesare.
46 a.C. Governatore dell'Africa Nova.
44 a.C. Dopo le Idi di marzo si ritira dalla politica.
43–42 a.C. Scrive il De Catilinae coniuratione.
41–40 a.C. Scrive il Bellum Iugurthinum.
35 a.C. Muore a Roma.

Sallustio non fu uno storico “neutrale”. La sua storiografia nasce da una ferita personale e politica: il fallimento della Repubblica, la corruzione della classe dirigente, l'ascesa di uomini nuovi come lui. Come scrive la Treccani, egli consegnò alle sue monografie «la sua disincantata visione della storia di Roma, una storia segnata da tempo da una decadenza che appare inarrestabile» .

Il suo modello dichiarato è Tucidide, dal quale riprende l'attenzione alle cause profonde e alla psicologia dei protagonisti. Ma rispetto allo storico greco, Sallustio radicalizza il pessimismo: le cause dei processi storici non sono più politiche o strutturali, ma etiche. La decadenza di Roma è anzitutto una malattia morale, un progressivo scivolamento dalla virtus antica all'avaritia e all'ambitio .

In questo quadro, solo poche figure eccezionali sembrano emergere dalla palude: nella congiura di Catilina sono Cesare e Catone il Giovane; nella guerra giugurtina è Gaio Mario, l'uomo nuovo, il provinciale senza blasone ma portatore di una moralità integerrima e disinteressata, laddove l'aristocrazia tradizionale ha ormai abdicato .

«Concordia parvae res crescunt, discordia maximae dilabuntur.» — Sallustio, Bellum Iugurthinum, 10, 6

Questa celebre sentenza, pronunciata da Micipsa nel discorso ai figli, è molto più di un aforisma: è la cifra del pensiero sallustiano. La concordia è la condizione della crescita; la discordia è il principio della dissoluzione. E Roma, per Sallustio, è già sulla via della dissoluzione.

Di Sallustio ci sono giunte integre due monografie; della sua opera maggiore, le Historiae, restano solo frammenti. A queste si aggiungono scritti di dubbia attribuzione, tramandati sotto il suo nome .

  • De Catilinae coniuratione 43–42 a.C. Monografia in 62 capitoli sulla congiura di Catilina (63 a.C.). È il primo lavoro storico di Sallustio. La narrazione è preceduta da un'ampia indagine sulle cause morali, psicologiche e storiche della crisi; il ritratto di Catilina — «malvagio, coraggioso e intelligente» — domina l'opera .
  • Bellum Iugurthinum 41–40 a.C. Monografia in 114 capitoli sulla guerra contro Giugurta, re di Numidia (111–106 a.C.). Più ampia e articolata della precedente, alterna narrazione, discorsi, lettere, ritratti e digressioni geografiche ed etnografiche. Il baricentro morale è la corruzione dilagante e l'ascesa di Mario, homo novus .
  • Historiae 78–67 a.C. (frammentaria) Opera in cinque libri, rimasta incompiuta, che copriva gli anni dal 78 al 67 a.C. Ne restano quattro discorsi, due lettere e circa 550 frammenti di varia estensione. Era considerata il magnum opus di Sallustio .
  • Epistulae ad Caesarem senem attribuzione dubbia Due lettere indirizzate a Cesare su questioni di governo della Repubblica. Tramandate anonime, la loro paternità è discussa .
  • Invectiva in Ciceronem attribuzione dubbia Violento discorso contro Cicerone, di incerta attribuzione, che rinfaccia all'oratore il suo atteggiamento mutevole nei confronti degli eventi politici .

Lo stile di Sallustio è inconfondibile, e già gli antichi ne discussero con passione. Aulo Gellio lo definì una seria et severa oratio, una prosa «seria e severa» . I critici moderni vi individuano quattro categorie fondamentali: brevitas, inconcinnitas, gravitas e variatio .

La brevitas

Da Tucidide, Sallustio riprende la brevitas: la stringatezza estrema, la tendenza a esprimere «quanti più concetti con il minor numero di parole possibile», ricorrendo a ellissi, asindeti e frasi nominali. Il celebre «satis eloquentiae, sapientiae parum» (abbastanza eloquenza, ma poca saggezza) è l'esempio perfetto di questa densità lapidaria .

L'inconcinnitas

All'armonia simmetrica della prosa ciceroniana, Sallustio oppone l'inconcinnitas: la mancanza di simmetria, il ritmo spezzato, l'asprezza del dettato. La paratassi prevale sull'ipotassi, le frasi si accavallano, il periodare è mosso e irregolare. È una scelta espressiva: la forma deve riflettere la crisi, la frattura, la disarmonia del reale .

L'arcaismo

Sallustio si ispira a Catone il Censore e alla tradizione annalistica, e conferisce alla sua prosa una patina arcaica attraverso arcaismi fonetici (volt per vult, maxumus per maximus), morfologici (-is per -es nell'accusativo plurale, -ere per -erunt) e lessicali (mortales per homines). L'arcaismo non è nostalgia fine a se stessa: serve a dare gravitas, solennità, e a richiamare i valori antichi della res publica .

«Prius quam incipias, consulto et, ubi consulueris, mature facto opus est.» — Sallustio, De Catilinae coniuratione, 1

Questa prosa densa e severa fu apprezzata dagli scrittori successivi più di quanto lo fosse dai contemporanei. Livio, ad esempio, non amava lo stile del predecessore, pur prendendolo a modello per alcuni ritratti . Ma la storia del gusto avrebbe dato ragione a Sallustio: la sua brevitas divenne un canone, e la sua ombra si allunga su tutta la storiografia occidentale.

Poche pagine della letteratura latina sono dense di sentenze memorabili come quelle di Sallustio. Ecco alcune delle più celebri:

«Satis eloquentiae, sapientiae parum.» — Ritratto di Catilina, De Catilinae coniuratione, 5
«Divitiarum et formae gloria fluxa atque fragilis est, virtus clara aeternaque habetur.» — De Catilinae coniuratione, 1
«Concordia parvae res crescunt, discordia maximae dilabuntur.» — Bellum Iugurthinum, 10, 6
«Nam pecuniae cupido et imperi gloria saevos atque immitis animos faciunt.» — Attribuita a Sallustio, Historiae (frammento)
«Omnis vis in animo et corpore sita est; animi imperio, corporis servitio magis utimur.» — De Catilinae coniuratione, 1

Le citazioni sono tratte dalle opere pervenute e dalla tradizione indiretta; la loro attribuzione è verificata sulle edizioni critiche correnti e su repertori come Wikiquote .

L'opera di Sallustio conobbe una fortuna ininterrotta sin dall'antichità, sia per la versatilità del suo pensiero — adattabile a epoche diverse — sia per la forza del suo stile, che influenzò profondamente tutta la storiografia successiva . Lette con continuità durante il Medioevo, le monografie sallustiane furono usate come testi scolastici e corredate di glosse e commenti; già nel Trecento il Bellum Catilinae e il Bellum Iugurthinum furono volgarizzati. Petrarca possedeva copie delle sue opere, e nel Quattrocento i codici sallustiani erano presenti nelle maggiori biblioteche principesche. L'editio princeps delle due monografie fu pubblicata a Venezia nel 1470 .

Ma l'eredità di Sallustio non è solo filologica. La sua concezione della storia come diagnosi morale, la sua attenzione alla psicologia dei personaggi, la sua capacità di trasformare la cronaca in tragedia — tutto questo ha attraversato i secoli. Machiavelli lo lesse e lo citò; gli storici dell'età moderna e contemporanea hanno continuato a confrontarsi con la sua interpretazione della crisi repubblicana. La sua prosa, aspra e densa, resta un monito: la grandezza di Roma non fu tradita dalle armi dei nemici, ma dalla corruzione interna, dalla avaritia e dall'ambitio.

«Nam ubi lubido dominandi cunctis adfectibus flagrantior est, ea maxime animos hominum ad se convertit.» — Sallustio, Historiae (frammento)

Forse è per questo che Sallustio continua a parlarci: perché la sua non è solo storia antica, ma anatomia di una crisi che ha una risonanza universale. Il suo sguardo severo, la sua sfiducia nella nobilitas, la sua fede nella virtus degli uomini nuovi — tutto concorre a fare di lui non solo uno storico, ma un moralista e un pensatore politico di rara profondità.