L’uomo di Cheronea
Plutarco nacque intorno al 46 d.C. a Cheronea, piccola città della Beozia, da una famiglia agiata e di antica cultura. Studiò ad Atene presso il platonico Ammonio, e da lui apprese quella fedeltà a Platone che avrebbe segnato tutta la sua opera. Viaggiò in Egitto, in Italia, e più volte a Roma, dove tenne conferenze e strinse legami con l’aristocrazia senatoria. Fu arconte nella sua città, e dal 95 d.C. fino alla morte fu sacerdote del santuario di Delfi[reference:0].
Visse sotto l’Impero romano, ne ebbe la cittadinanza con il nome di Lucio Mestrio Plutarco, e ricoprì incarichi amministrativi. Ma non fu mai un uomo di corte: rimase sempre legato alla sua Cheronea, alla sua famiglia, ai suoi amici. La sua vita fu quella di un intellettuale greco sotto Roma, che accettava il dominio romano come un fatto provvidenziale — Roma organizzatrice del mondo, la Grecia sua educatrice[reference:2] — ma senza rinunciare alla propria identità.
Di lui ci restano circa duecentocinquanta titoli, alcuni apocrifi, tradizionalmente divisi in due grandi corpus: le Vite parallele e i Moralia[reference:3]. Ma questa divisione è tarda, bizantina: lo stesso Plutarco non la pensò mai come una separazione. Per lui, biografia e filosofia erano due aspetti di un unico progetto: mostrare l’anima umana in azione, e attraverso di essa insegnare a vivere.
«Io non scrivo storia, ma vite. E spesso le azioni più grandi non rivelano né il vizio né la virtù; un piccolo gesto, una parola, uno scherzo, rivelano il carattere più di mille battaglie.» Plutarco, Vita di Alessandro, 1
Le Vite parallele
È l’opera più celebre. Scritta tra la fine del I secolo e il primo quarto del II, raccoglie ventidue coppie di biografie — un greco e un romano — più quattro vite isolate (Artaserse, Arato, Galba, Otone). Ogni coppia è preceduta da un proemio che illustra le affinità, e quasi sempre seguita da una σύγκρισις (synkrisis), un confronto serrato che mette in luce differenze e somiglianze[reference:4].
L’intento non è storiografico, ma etico. Plutarco lo dice esplicitamente: non scrive storia, ma vite. Non gli interessano le cause politiche o economiche degli eventi, ma i segni dell’anima — un gesto, una battuta, un silenzio — che rivelano il carattere. Come un pittore coglie la somiglianza dal volto e dagli occhi, così il biografo cerca di rappresentare l’ethos attraverso le azioni.
Le coppie più celebri: Teseo e Romolo (i fondatori), Licurgo e Numa (i legislatori), Alessandro e Cesare (i conquistatori), Demostene e Cicerone (gli oratori). Plutarco non cerca l’esattezza storica: cerca il paradigma etico. Le vite sono specchi in cui il lettore può riconoscere virtù da imitare e vizi da evitare.
La synkrisis finale non è un semplice paragone: è un esercizio di discernimento. Plutarco pesa, soppesa, distingue. Non assolve né condanna: comprende. È questa la lezione che Montaigne e Shakespeare trarranno dalle sue pagine.
I Moralia
Sotto il titolo di Moralia (Ἠθικά) la tradizione bizantina raccolse circa ottanta opere di argomento diversissimo: dialoghi, trattati, questioni, declamazioni. Non un sistema, ma un laboratorio — e proprio in questa eterogeneità sta la sua ricchezza[reference:7].
I temi spaziano dall’etica alla religione, dalla politica alla psicologia animale, dalla musica all’astronomia. Plutarco scrive Sulla tranquillità dell’anima, Sulla necessità di tenere a freno l’ira, Sull’educazione dei figli, Precetti coniugali. Scrive Sulla E di Delfi, Sugli oracoli della Pizia, Su Iside e Osiride. Scrive Questioni conviviali, Questioni romane, Questioni greche. Scrive Sulla faccia della luna e Sulla psicologia degli animali[reference:8].
Il cuore dei Moralia è la cura dell’anima. Plutarco è un platonico, ma non un sistematico: il suo platonismo è medio, mediato da Antioco di Ascalona, aperto a suggestioni aristoteliche e stoiche, ma fermamente ancorato a due cardini: la provvidenza divina e l’immortalità dell’anima.
La sua filosofia non è mai astratta. È sempre terapia, esercizio, consolazione. Scrive per i suoi amici, per i suoi concittadini, per i giovani che vogliono imparare a vivere. Il tono è quello del maestro che conversa, non del professore che dimostra.
Il platonismo medio
Plutarco fu uno dei più notevoli rappresentanti del platonismo medio, la corrente eclettica iniziata da Antioco di Ascalona[reference:9]. Non un tradimento di Platone, ma un suo adattamento al mondo romano: meno metafisica, più etica; meno dialettica, più religione. Il suo Platone è un maestro di vita, non un teorico delle Idee.
Da qui deriva la sua attenzione al divino: la provvidenza, gli oracoli, i misteri, i demoni. Plutarco crede che il mondo sia permeato di una presenza divina che si manifesta in mille modi — e che il filosofo abbia il compito di interpretarla, non di dissolverla.
«Non si può vivere felicemente senza vivere saggiamente, bene e giustamente.» Plutarco, Moralia (adattato da Epicuro)
L’eredità di un maestro
Pochi autori antichi hanno avuto una fortuna così lunga e così profonda. Le Vite, tradotte in latino nel Quattrocento e in francese da Jacques Amyot nel Cinquecento, divennero il libro di formazione di intere generazioni di europei[reference:10].
Montaigne
Montaigne lo lesse e lo rielesse per tutta la vita. Nei Saggi Plutarco è l’autore più citato dopo Seneca. «Noi altri ignoranti eravamo perduti» scrisse, «se questo libro non ci avesse sollevati dal fango»[reference:11]. Da Plutarco Montaigne apprese l’arte del ritratto morale: cogliere l’uomo nel dettaglio, nel gesto minimo, nella contraddizione.
Shakespeare
Shakespeare usò Plutarco — nella traduzione di North dall’Amyot — come fonte primaria per Giulio Cesare, Antonio e Cleopatra, Coriolano, Timone d’Atene[reference:12]. Non copiò: trasfigurò. Le vite plutarchee divennero drammi perché già contenevano il germe del dramma: il carattere che determina il destino.
La lezione
Plutarco non fu un filosofo originale. Non fondò una scuola, non elaborò un sistema. Fu un mediatore: tra Grecia e Roma, tra filosofia e vita, tra passato e presente. La sua grandezza sta nell’aver capito che la filosofia non è un edificio teorico, ma un esercizio di umanità — e che per insegnarla bisogna raccontare storie.
Le sue Vite non sono monumenti funebri: sono specchi. E come tutti gli specchi, ci rimandano la nostra immagine. È per questo che, dopo quasi duemila anni, continuiamo a leggerlo.
La bilancia di Plutarco non pesa i fatti: pesa le anime. E in questo pesare, ci insegna a soppesare noi stessi.