Thomas Hobbes

Il Leviatano e la fondazione della politica moderna
1588 – 1679 · Malmesbury – Hardwick Hall
L'uomo è un lupo per l'altro uomo — Homo homini lupus

Introduzione e contesto storico

Thomas Hobbes (1588–1679) è uno dei più grandi filosofi politici della modernità, nonché il fondatore del pensiero politico moderno basato sul contratto sociale. La sua opera maggiore, Il Leviatano (1651), rappresenta una delle pietre miliari della filosofia occidentale, in cui Hobbes elabora una teoria sistematica dell'ordine politico, della sovranità e della natura umana, partendo da presupposti materialistici e razionalistici.

Nato a Westport, vicino Malmesbury, in un'Inghilterra sconvolta dalle tensioni politiche e religiose, Hobbes visse in un'epoca di guerre civili e rivoluzioni. La sua esperienza diretta degli orrori della guerra civile inglese (1642–1651) lo portò a riflettere sulla necessità di un potere assoluto e centralizzato come unico baluardo contro il caos e la distruzione.

Hobbes nacque il 5 aprile 1588, in un periodo di grande fermento intellettuale: l'Inghilterra elisabettiana stava per lasciare il posto agli Stuart, la Riforma protestante aveva diviso l'Europa, e le scoperte scientifiche di Galileo e Keplero stavano rivoluzionando la concezione del cosmo. Hobbes fu profondamente influenzato dalla rivoluzione scientifica, e cercò di applicare il metodo geometrico-deduttivo alla filosofia politica, ambendo a creare una scienza della politica altrettanto rigorosa della geometria euclidea.

La sua vita fu segnata da lunghi soggiorni in Europa, dove entrò in contatto con i grandi intellettuali del suo tempo, tra cui Galileo, Gassendi e Mersenne. Fu anche traduttore di Tucidide e di Omero, e scrisse opere di storia, matematica e fisica. Tuttavia, è la filosofia politica che lo ha reso immortale, e il suo pensiero ha influenzato profondamente non solo la teoria politica successiva (da Locke a Rousseau, da Kant a Hegel), ma anche il diritto internazionale, la sociologia e la scienza politica contemporanea.

«Per natura, gli uomini sono uguali, e l'uguaglianza delle capacità genera l'uguaglianza della speranza di raggiungere i propri fini. Da qui deriva la diffidenza reciproca, e dalla diffidenza la guerra.»
— Leviatano, cap. XIII

Materialismo e teoria della conoscenza

Hobbes è un materialista radicale: per lui, tutto ciò che esiste è corpo (sostanza corporea), e la realtà è interamente spiegabile in termini di movimento e causalità meccanica. Rifiuta qualsiasi forma di spiritualismo o di dualismo cartesiano, e riduce ogni fenomeno — incluso il pensiero e le emozioni — a processi fisici che avvengono nel cervello e nel sistema nervoso.

La sua teoria della conoscenza è di tipo empirista-sensista: ogni conoscenza deriva dai sensi, che sono impressioni prodotte dagli oggetti esterni sul corpo. La sensazione è il risultato del movimento delle particelle materiali che colpiscono gli organi di senso, generando un moto che si trasmette fino al cervello. La memoria e l'immaginazione non sono altro che sensazioni indebolite, e il pensiero è un calcolo, una combinazione di nomi e concetti.

Questa concezione materialistica ha profonde implicazioni: se l'uomo è interamente corporeo, non esiste anima immortale, né libero arbitrio in senso metafisico. Le azioni umane sono determinate da cause naturali (desideri, passioni, impulsi), e la ragione stessa è uno strumento al servizio delle passioni: la ragione calcola i mezzi per raggiungere i fini che le passioni ci indicano.

Hobbes anticipa così il determinismo psicologico e il comportamentismo, e pone le basi per una scienza dell'uomo che sia parte integrante della fisica e della meccanica. Questa visione materialista è esposta in particolare nel De Corpore (1655), in cui Hobbes delinea i fondamenti della sua filosofia naturale.

«La vita è un movimento continuo degli arti, e il pensiero non è che il movimento di certe parti interne del corpo.»
— De Corpore, cap. I

La natura umana: passioni e ragione

Per Hobbes, l'uomo è un essere desiderante, mosso da passioni che lo spingono alla conservazione di sé e al soddisfacimento dei propri appetiti. Il desiderio fondamentale è il desiderio di potenza (potere), inteso come la capacità di ottenere i beni che si desiderano e di garantirsi la propria sicurezza.

L'uomo non è naturalmente socievole o altruista, come sostenevano Aristotele e i filosofi classici: al contrario, l'egoismo e la diffidenza sono gli istinti predominanti nello stato di natura, dove ogni individuo è in competizione con tutti gli altri per le risorse scarse e per la propria sopravvivenza.

Hobbes distingue tra passioni e ragione. Le passioni (desiderio, paura, speranza, orgoglio, vanità) sono i motori dell'azione umana; la ragione, invece, è solo uno strumento calcolatore che ci permette di prevedere le conseguenze delle nostre azioni e di scegliere i mezzi più efficaci per raggiungere i fini desiderati. La ragione non è, come pensava Platone, una facoltà superiore che può dominare le passioni: essa è al loro servizio.

Questa concezione è radicalmente innovativa e avrà enorme influenza su tutta la filosofia morale e politica successiva. L'uomo hobbesiano è un essere solitario, che cerca di massimizzare il proprio piacere e minimizzare il proprio dolore, e che vive in una condizione di costante insicurezza. È da questa condizione che nasce la necessità di un ordine politico artificiale.

«Il desiderio di potere cessa solo con la morte. E la causa di ciò non è sempre che un uomo speri di ottenere un piacere maggiore di quello che già possiede, ma che non può assicurarsi il potere e i mezzi per vivere bene che ha già, senza acquistarne di nuovi.»
— Leviatano, cap. XI

Lo stato di natura e la guerra di tutti contro tutti

Il concetto di stato di natura è centrale nella filosofia politica di Hobbes. Esso descrive la condizione ipotetica in cui gli esseri umani vivrebbero in assenza di un potere politico comune che imponga le leggi e mantenga l'ordine. In questo stato, non esistono leggi, né proprietà privata, né giustizia, né ingiustizia: esiste solo la libertà assoluta di ciascuno di fare ciò che ritiene opportuno per la propria conservazione.

Ma questa libertà è, paradossalmente, la peggiore delle schiavitù: poiché tutti sono uguali nelle capacità fisiche e intellettuali (almeno potenzialmente), nessuno può sentirsi al sicuro dagli altri. La diffidenza reciproca, la competizione per le risorse e la ricerca della gloria conducono inevitabilmente a una condizione di guerra perpetua: la famosa guerra di tutti contro tutti (bellum omnium contra omnes).

Nello stato di natura, Hobbes scrive, «la vita dell'uomo è solitaria, povera, brutale, breve». Non c'è industria, perché il frutto del lavoro è incerto; non c'è agricoltura, navigazione, né commercio; non c'è conoscenza, né arte, né società. Regna solo la paura della morte violenta, e l'uomo vive in una condizione di angoscia permanente.

Questa descrizione, apparentemente pessimistica, ha una funzione precisa: mostrare che la ragione stessa, calcolando i costi della guerra e i benefici della pace, spinge l'uomo a cercare una via d'uscita. È la paura della morte, la più potente delle passioni, che induce gli uomini a stipulare un patto e a rinunciare alla loro libertà naturale in cambio della sicurezza.

«In tale condizione non c'è posto per l'industria, poiché il suo frutto è incerto; e conseguentemente non c'è coltura della terra, né navigazione, né uso di quei beni che possono essere importati per mare, né edifici confortevoli, né strumenti per muovere e rimuovere le cose che richiedono grande forza, né conoscenza della faccia della terra, né calcolo del tempo, né arti, né lettere, né società; e ciò che è peggio di tutto, vi regna la paura continua e il pericolo di una morte violenta; e la vita dell'uomo è solitaria, povera, brutale e breve.»
— Leviatano, cap. XIII

Il contratto sociale e la sovranità assoluta

Per uscire dallo stato di guerra, gli individui stipulano tra loro un patto (o contratto sociale): rinunciano al diritto di governare se stessi e trasferiscono il loro potere a un sovrano (che può essere un monarca o un'assemblea). Questo atto istituisce lo Stato (il Leviatano), una persona artificiale che incarna la volontà comune e ha il compito di garantire la pace e la sicurezza.

Il contratto hobbesiano è irrevocabile e assolutistico: i sudditi non possono ribellarsi al sovrano, perché il sovrano non è parte del contratto (è il beneficiario del patto), e la sua autorità è il fondamento stesso dell'ordine civile. Qualsiasi resistenza al sovrano significherebbe il ritorno allo stato di natura, che è il peggiore dei mali.

Hobbes distingue tra sovranità per istituzione (quando il sovrano è scelto direttamente dai sudditi) e sovranità per acquisizione (quando il potere è conquistato con la forza, come in una conquista militare). In entrambi i casi, il potere del sovrano è assoluto e indivisibile: nessuna legge, nessuna consuetudine, nessun diritto naturale può limitare la sua autorità, perché egli è l'unico garante della pace.

Il sovrano ha il diritto di fare le leggi, di giudicare, di dichiarare guerra e di stipulare la pace, di nominare i magistrati, di censurare le dottrine e di controllare l'istruzione. In cambio, i sudditi ottengono la sicurezza e la possibilità di vivere una vita civile e produttiva. La giustizia, per Hobbes, è semplicemente l'osservanza delle leggi civili: non esiste giustizia al di fuori dello Stato.

«Il patto che si fa col sovrano è questo: io autorizzo e cedo il mio diritto di governare me stesso a quest'uomo, o a questa assemblea, a condizione che anche tu ceda il tuo diritto a lui, e autorizzi tutte le sue azioni allo stesso modo.»
— Leviatano, cap. XVII

Il Leviatano: simbolo e potenza dello Stato

Il Leviatano è il nome biblico del mostro marino, che Hobbes usa come metafora dello Stato: un corpo artificiale, gigantesco e potente, composto da tutti i singoli individui ma dotato di una volontà e di una forza che supera quella di qualsiasi uomo. La famosa illustrazione del frontespizio del Leviatano raffigura il sovrano come un gigante che sorge dalle colline, il cui corpo è formato da innumerevoli piccoli uomini, simbolo dell'unione e della subordinazione di tutti al potere centrale.

Il Leviatano è la persona artificiale che incarna la sovranità: ha il potere di usare la forza di tutti per garantire la pace, e la sua autorità non deriva da un diritto divino, ma dal consenso e dalla paura. È un'istituzione umana, razionale, creata per risolvere il problema fondamentale della convivenza umana.

La scelta del nome Leviatano è tutt'altro che casuale: nel libro biblico di Giobbe, il Leviatano è un essere terribile, invincibile, che nessun uomo può domare. Hobbes utilizza questa immagine per sottolineare la potenza e la maestà dello Stato, che deve incutere timore e rispetto per poter svolgere la sua funzione. Ma il Leviatano non è un tiranno capriccioso: la sua ragion d'essere è la pace, e la sua autorità è legittima perché è l'unica via per sfuggire alla guerra di tutti contro tutti.

Il Leviatano è anche una macchina, un automa, un orologio: Hobbes paragona lo Stato a un'opera d'arte meccanica, in cui ogni parte (il sovrano, i magistrati, i sudditi) svolge una funzione specifica per il funzionamento dell'insieme. Questa metafora meccanicista è tipica del suo materialismo e della sua visione della realtà come movimento e causalità.

«Il Leviatano non è mortale, perché è un dio artificiale, e la sua autorità non viene da Dio, ma dal consenso degli uomini.»
— Leviatano, cap. XVII

La libertà e il diritto di resistenza

Una delle questioni più dibattute dell'opera di Hobbes è il problema della libertà dei sudditi. Hobbes definisce la libertà come assenza di impedimenti al movimento: in questo senso, anche nel Leviatano gli uomini conservano una certa libertà, perché il sovrano non può regolare ogni aspetto della vita privata. Tuttavia, la libertà politica è limitata: i sudditi sono liberi di fare tutto ciò che il sovrano non ha proibito, ma non hanno alcun diritto di opporsi alla sua autorità.

Esiste tuttavia un diritto di resistenza in casi estremi: quando il sovrano ordina a un uomo di uccidersi, di rinunciare alla propria difesa o di compiere un atto che metta a rischio la sua vita, il suddito ha il diritto di disobbedire, perché il fine ultimo del patto è la conservazione della vita, e nessuno può essere obbligato a rinunciarvi.

Questo diritto di resistenza è, secondo Hobbes, compatibile con l'assolutismo, perché il sovrano non può ragionevolmente esigere che i sudditi rinuncino al bene più prezioso, la vita. Tuttavia, è un diritto eccezionale, e la disobbedienza è giustificata solo quando la vita del suddito è in pericolo immediato. Al di fuori di questi casi, l'obbedienza è assoluta.

Hobbes distingue tra libertà naturale (la libertà dello stato di natura, che è anarchica e pericolosa) e libertà civile (la libertà garantita dallo Stato, che è limitata ma sicura). La libertà civile è incomparabilmente superiore a quella naturale, perché permette all'uomo di godere dei frutti del proprio lavoro e di vivere in pace con gli altri.

Eredità e influenza filosofica

L'influenza di Hobbes sulla filosofia politica e giuridica è immensa. Egli è considerato il fondatore del giusnaturalismo moderno (insieme a Grozio) e il padre del contrattualismo, una corrente che sarà sviluppata da Locke, Rousseau e Kant. La sua teoria della sovranità assoluta, sebbene contestata, ha fornito una giustificazione razionale dello Stato moderno e ha influenzato il pensiero politico di tutto il Seicento e Settecento.

Le critiche più celebri a Hobbes sono venute da John Locke, che nell'Secondo trattato sul governo (1689) sostenne che il contratto sociale non è irrevocabile e che i sudditi hanno il diritto di ribellarsi contro un sovrano che viola il patto. Rousseau, invece, nel Contratto sociale (1762), criticò Hobbes per aver ridotto la libertà alla sicurezza, e propose una concezione democratica della sovranità popolare.

Nel pensiero contemporaneo, Hobbes è stato ripreso e rivalutato da studiosi di scienza politica, sociologia e filosofia analitica. La sua teoria dei giochi e del calcolo egoistico anticipa la teoria della scelta razionale e le moderne analisi della cooperazione e del conflitto. La sua visione della politica come una convenzione artificiale, volta a risolvere un problema di coordinamento, è ancora oggi al centro del dibattito sulla legittimità del potere e sulla giustizia distributiva.

Tra i filosofi che si sono misurati con il pensiero hobbesiano, oltre a Locke e Rousseau, si ricordano Hume, che ne apprezzò il realismo psicologico, e Hegel, che riconobbe in Hobbes il fondatore della filosofia del diritto moderno. Nel Novecento, Carl Schmitt e Leo Strauss hanno interpretato Hobbes come il pensatore che ha posto le basi del decisionismo politico e della secolarizzazione dello Stato.

«La verità è che la libertà e la necessità sono cose che si conciliano perfettamente; come nell'acqua, che è libera di scorrere verso il basso, ma è necessitata a farlo dalla gravità.»
— Leviatano, cap. XXI

Bibliografia ragionata

La bibliografia su Hobbes è sterminata. Qui si segnalano le opere essenziali per uno studio approfondito:

  • Opere di Hobbes: Elementi di legge naturale e politica (1640), De Cive (1642), Leviatano (1651), De Corpore (1655), De Homine (1658).
  • Edizioni italiane: Leviatano, a cura di A. Pacchi (Laterza, 1989); De Cive, a cura di T. Magri (Editori Riuniti, 2002).
  • Studi classici: M. Oakeshott, Hobbes e la filosofia civile (Laterza, 1966); C. B. Macpherson, La teoria politica dell'individualismo possessivo (Feltrinelli, 1973).
  • Interpretazioni contemporanee: Q. Skinner, La libertà prima del liberalismo (Einaudi, 2001); L. Strauss, La filosofia politica di Hobbes (Laterza, 1992); D. Zolo, Il Leviatano e la democrazia (Carocci, 2005).

Per una lettura critica del Leviatano, si consiglia il commento di G. A. J. Rogers, Hobbes e il Leviatano (Il Mulino, 1997), e il saggio di N. Bobbio, Thomas Hobbes e la tradizione del diritto naturale (Laterza, 1964). Sulla ricezione di Hobbes nel pensiero continentale, si veda il volume collettaneo Hobbes oggi, a cura di A. Biral (Franco Angeli, 1990).

Per un approccio interdisciplinare, si segnalano gli studi di F. Palladini, Il pensiero politico di Hobbes (Il Mulino, 1998), e di G. Garofalo, Hobbes e la scienza del diritto (Giappichelli, 2001). Infine, per un inquadramento storico-filosofico, è utile la lettura di R. Tuck, Hobbes (Il Mulino, 1993), e di J. Hampton, Hobbes e il contratto sociale (Laterza, 1994).